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IL MARIC HA INAUGURATO LA CASA DELLA CULTURA AD ILLICA

IL MARIC HA INAUGURATO LA CASA DELLA CULTURA AD ILLICA

Simbolo di rinascita e crescita culturale e umana del territorio.


21 Settembre 2019-Salva la data


Il maestro Vavuso, si sa, è l'uomo che avanza oltre ogni ostacolo. Superandone molti è arrivato al giorno della consegna della Casa della Cultura, un successo e un orgoglio del nostro Movimento.

Questo mi convince ancora di più che un'utopia quando viene condivisa può diventare realtà.


Per me sono stati due giorni di intensa emozione.

La mattina del 20 di settembre 2019 ero a Milano, ho lasciato di buon'ora la città e la sua velocità e ho raggiunto la stazione Centrale, direzione Roma Tiburtina dove Franco Bruno e Paola mi avrebbero attesa nel primo pomeriggio per raggiungere in auto il luogo dell'evento, Illica, frazione di Accumoli, per l'inaugurazione della Casa della Cultura.

La Salaria traccia il cammino, il traffico è scarso, la compagnia eccellente.

Decidiamo per una sosta caffè a Rieti, la città del Risorgimento, poiché vi era stanziata una legione garibaldina, e dell'ombelico d'Italia, poiché secondo i calcoli c'è un punto in cui si intersecano le assi verticale e perpendicolare della nostra penisola, risultando così il perfetto centro geografico d’Italia, ed è a piazza S. Rufo.

Ci incamminiamo per le stradine animate da cittadini e gruppi turistici e raggiungiamo la piazza, piccola e accogliente con al centro un monumento di marmo chiaro, un cerchio rialzato e levigato con sopra, di colore scuro e come fosse incastonato, il paese Italia. Vi saltiamo sopra per sentirci al centro di qualcosa o di noi stessi, o solo per uno scatto che testimonia il nostro passaggio in quella zona di confine tra le regioni di Lazio, Abruzzo e Umbria. Rieti è città di storia e di monumenti di epoca romana e medievale, raggiungiamo anche il ponte sul fiume Velino per godere della sua bellezza paesaggistica e dopo la sosta caffè siamo di nuovo in viaggio. Vogliamo arrivare ad Illica con la luce anche perché consapevoli di avere ancora cose da fare per l'allestimento della Casa della Cultura. Quando la strada si inerpica abbastanza ripida su per la montagna capisco che ci siamo quasi. Mi guardo intorno e vedo il nulla, solo il profilo dei monti che si ritaglia nel chiarore del tardo pomeriggio, poi qualche casa diroccata, qualcuna frantumata, qualche prefabbricato e finalmente entriamo in una stradina e la vedo, bianca, con tetto spiovente, un viale di accesso che le disegna intorno il marciapiede pavimentato di chiaro.

Il maestro Vincenzo, Isabella e il loro seguito di sostenitori, e anche Stefania Maffei e i suoi amici, sono già lì con chiodi e martello intenti a posizionare i quadri donati dagli artisti del Maric.

Entro in punta di piedi, come se entrassi in una chiesa, mi sento strana, forse sono solo felice, e mentre abbraccio tutti loro penso a tutti noi, ai sacrifici, alle collaborazioni, alle aste, alle cene, alle sfilate, alla raccolta fondi, all'antologia, a tutto quello che è stato fatto fino ad ora e che ha preso vita nella realizzazione della Casa della Cultura.

Poi apro porte e balconi, cerco qualcosa da fare, a terra ci sono gli attrezzi e qualcuno cerca una torcia che non c'è, fra poco il buio inghiotte la scena.

La vedo bellissima la Casa della Cultura, è nata da una grande volontà, è nata da chi sa e condivide il valore del dare, è nata dal sogno di un condottiero, è nata da una visione, è nata dopo il dolore, è nata sulle lacrime, e guarda oltre.

Ed è nata da quella scarpetta impolverata, oltraggiata, rigurgito adagiato sulle briciole nella inattesa stagione dei sassi. Ora ne è il simbolo e sta in una teca ancora coperta a ricordare il dolore e il cammino di ognuno che anche se irto e faticoso, dobbiamo compiere per il bene nostro e del mondo che ci accoglie.

E' un monumento alla rinascita e alla libertà la Casa della Cultura.

E mentre la vivo spero avrà tanta vita.

Quando il buio infittisce e l'oscurità è totale, ci avviamo tutti pochi metri più sopra per raggiungere il luogo di ristoro. In uno spiazzo acciottolato di piccole pietre, quelle che hanno impressa la storia, che sanno di respiri e ricordi, pietre raccolte dalle macerie, pietre anch'esse tradite dal sisma, c'è una tendostruttura in bianco che funge da reception e sala ristorante, tutto intorno dei container che sono le camere per la notte. Immersi nella doverosa fatica di ricominciare, Davide e la sorella Clementina hanno riaperto nel dopo terremoto la loro attività di albergatori. Penso che qualcuno aveva qui, forse, la propria casa, lo scrigno prezioso che racchiude la vita e le nostre cose, alcuni avevano qui il loro rifugio per le vacanze, luogo per vivere in modo contemplativo, per ammirare la natura, riposare, lasciarsi ispirare, e penso che tutti vogliono quel passato, vogliono riavere quello che hanno smarrito, anche in sentimenti come la fiducia e la speranza.

Ci accoglie Clementina con il suo daffare, ho il colpo d'occhio sull'allestimento essenziale, un lungo tavolo apparecchiato per tutti mi parla di convivialità e minimalismo, mentre ci accomodiamo qualcuno chiede se si mangia “la gricia”, piatto tipico laziale antenato della matriciana.

E la gricia fu. Non l'avevo mai mangiata, è ottima!

Dopo cena la sera ci attende nelle roulotte accoglienti, essenziali ma freddine.

Le abbiamo riscaldate di entusiasmo e parole fino a notte fonda e fino a che il sonno ci ha vinti. La mattina del 21 di settembre è la data da salvare nella storia del nostro giovane Movimento. Assaporo le prime luci del giorno, è una giornata limpida, il cielo è azzurro sopra il sogno che ha preso vita, l'aria sembra percorsa da magiche onde profumate di buono e dal fragrante odore dei cornetti appena sfornati. Dopo la prima colazione ci avviamo alla Casa della Cultura.

La luce abbagliante evidenzia la bellezza delle montagne e del verde intorno, ma anche le ferite tra i resti dello scempio e le sofferenze vissute e che ancora vivono gli abitanti si mostrano agli occhi e al mio cuore. Scivolo un po' verso la malinconia, c'erano molte storie prima di quello che è accaduto, ci sono state altre storie fino ad ora, ce ne saranno altre nel futuro, ma è ancora difficile per loro, gli abitanti del luogo, non avere occhi sul passato.

Il parroco è già lì, nella Casa della Cultura, con la sua scenografia divina da montare.

Ha un asse di legno, dei pezzi come sculture intagliate, sempre di legno, tutto ricavato da alberi crollati in zona, e dei sassolini che, ci spiega, sono resti di tutte le chiese crollate o danneggiate del territorio. Con maestria appende il grande crocifisso all'asse di legno e lo innalza sulla parete, quella lasciata libera per i paramenti dell'altare, poi avvicina i due pezzi di legno decorati dalle pietre ai piedi del Cristo, il tutto rappresenta il Golgota, ci dice, simbolo del dolore, che esiste e che ci mette alla prova, che ci accompagna per spingerci a ritrovare la forza e il coraggio di andare oltre.

Oltre tutto. Sempre.

Siamo artisti anche del quotidiano e ci immergiamo tutti nelle ultime cose da fare.

Un po' di euforia prende il posto della sottile malinconia quando vedo la gente arrivare numerosa, silenziosa e composta, quasi in religiosa visita alla Casa della Cultura.

“Prego, entrate, accomodatevi, è vostra”. E tutto inizia.

Il taglio del nastro, gli applausi, la scoperta delle targhe e della scultura bifronte donata da Stefania Maffei, poi la Santa Messa celebrata da padre Stanislao, la benedizione della struttura e la consegna delle chiavi sono stati un momento di gioia, di fede e di speranza. Nell'omelia il parroco ha parlato di cultura e del suo valore di senso civico, di cultura dell'incontro e non di scontro. Pur consapevoli che il soffrire passa ma la sofferenza vissuta resta per sempre, il raccoglimento, l'unione, il valore del dono e anche la preghiera aiutano a sentirsi meno soli nella lotta alla sensazione dell'abbandono e del tutto che mai si risolve. Il dibattito che è seguito, alla presenza del sindaco Franca D'Angeli, è stato interessante e ricco di spunti e di proposte, mi auguro che tutto abbia una continuità e che la gestione della Casa della Cultura sia ottimale e utile per tutti, e che si abbia sempre rispetto e cura per il luogo. Il maestro Vavuso ha lanciato l'idea di “Festival della Speranza”, una kermesse di eventi e manifestazioni culturali come musica, spettacoli, didattica, poesie, camminate nei boschi e altre proposte, che potrebbe decollare ad Illica per due giorni di incontri da ripetere ogni anno con un calendario diverso ogni volta.

E' seguito un ricco buffet offerto dall'Associazione Illica Onlus.

Il pomeriggio ci ha visti impegnati sotto la regia di Sandro Ravagnani, che si è sempre occupato di riprendere ogni occasione per le dirette tv facendo da operatore e conduttore, con Franco Bruno che sublima la cultura e l'arte, oratore eccellente e portavoce del Maric, Stefania Maffei e il suo ultimo libro di poesie, “Nell'Incanto”, e io con il mio Fili. Disposti a favore di camera abbiamo accolto il pubblico con il primo evento culturale nella Casa della Cultura.

La presentazione dei due libri, condotta da Franco Bruno, è stato un momento di forte impatto emotivo, il primo per l'elogio alla natura e alla terra, le poesie di Stefania sembrano abbracciare e lodare arcadie campagnole perché raccontano stagioni di memorie, di persone, di coltivi, di tradizioni e radici, di semplicità e di vera essenza della vita. Il mio Fili perché accomuna nel dolore per una sconvolgente scoperta ed esorta al saper accettare ogni nuova condizione che ci si presenta, a sapere lottare per ritrovare la serenità.

Stefano Petrucci è stato tra i primi a credere e ad approvare l'idea Casa della Cultura, lui ha incontrato il maestro tante volte, lui è intervenuto in diretta telefonica durante gli eventi Maric per portare la sua testimonianza, l'abbiamo ospitato a Salerno per un incontro tra istituzioni, lui ha partecipato fin dall'inizio alla nascita della Casa della Cultura.

Il giorno dopo, domenica mattina, i fratelli Ambrosone (hanno inglesizzato il loro cognome in Am.Bros.One), si sono esibiti dentro la Casa della Cultura.

Ci hanno deliziato di brani famosi e di musiche di loro composizione suonando uno la chitarra e l'altro la fisarmonica, creando particolari sonorità, un misto di classico, jazz e forse rock, e come se volessero volutamente giocare con i tasti e con le note ci hanno incantato trascinandoci nella loro musica.

Le note vagavano per le stanze della casa, in cui è presente anche un lato dedicato al Museo della civiltà contadina “Franco Casini”, mentre si avvicinava l'ora della partenza per il rientro.

Dopo gli applausi ha fatto seguito un piccolo dibattito, uno scambio di promesse, tanti abbracci e strette di mano, i saluti sono sempre conditi di qualcosa: di stupore per un rivedersi inaspettato, di gioia per un incontro programmato, di malinconia per la fine di qualcosa, di dolore per un addio, di commiato momentaneo. Questi sono stati saluti di arrivederci. Il maestro ha promesso di non abbandonarli e la sua parola è sempre stata promessa mantenuta.

Questo incontro ad Illica è stato il primo per me, spero di avere altre occasioni per parlare con gli abitanti del luogo e dire ancora dell'importanza di restare uniti, della volontà del fare, del non lasciarsi sopraffare dall'infelicità, dalla delusione o dalla certezza che nulla cambia. La delusione serpeggia ma imprecando non si supera, non si aggiusta. E io vorrei dirvi che non si cade per sempre e che accanto a voi avete un tornado che non distrugge ma costruisce, uno che non balla tra le parole ma pressa forte per ricavarne concretezze, e quando non lo vedi non è sparito come sparisce ciò che acceca per eccesso di luce, lui sa essere un faro che albeggia sul caos.

Quella casa che si erge fiera tra il verde dei vostri luoghi resta lì, con voi, come simbolo di rinascita e di crescita umana e culturale del territorio. Amatela, vivetela, riempitela di voi, dei vostri cuori frammentati; il prima, il dopo, il presente, il passato, ieri, domani.

E dei vostri cuori che ora seguono un vento in direzione futuro.

L'ultimo colpo d'occhio, l'ultimo sguardo d'insieme, poi vado.

A presto, spero.


Teresa D'Amico








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